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29.07.04
godere del male altrui
Merce rara le stroncature, ancora di più quelle feroci e impietose. Leggerle può provocare reazioni diverse: se l'autore cazziato è tra i nostri beniamini facile essere vittime della rabbia e del nervosismo, ma se si condivide quello che il giornalista scrive, anzi, se non si è mai capito da dove derivassero le lodi quasi unanimi che da ovunque, critici o blogger, si levavano verso tale autore, ecco, in questo caso leggere Langone che massacra Aldo Nove (il foglio - in pdf) non può che portare a una crudele, ma sincera soddisfazione. Anche se il recensore, nell'irridere il recensito per la geografia del suo domicilio, compie un'imprecisione topografica tale e quale quelle che poco prima aveva segnato con la matita rossa.

La tascrizione dell'articolo:
"Milano non è Milano", soprattutto nel libro del gallaratese Aldo Nove
Non scriverei a cuor leggero queste stroncature se gli stroncati rischiassero davvero gravi conseguenze. Gli autori presi in considerazione meritano oggettivamente la generale disistima, non per questo sarei felice se un mio articolo inducesse Simona Vinci al suicidio o Vinicio Capossela alla decisione di smettere di bere. Per fortuna non è mai successo niente, anzi l'insulsa antologia "Ragazze che dovreste conoscere" è lì che sgambetta nelle zone alte della classifica. Per sfortuna non succederà niente nemmeno stavolta che parlo di Aldo Nove. Lui che invece si meriterebbe esiti concreti. Il suo è uno dei pochi casi in cui, contrariamente a ciò che insegna Santa Madre Chiesa, non distinguo l'errore dall'errante. Me ne pento e me ne dolgo ma non sono capace di porvi rimedio: da qualunque parte li osservi Aldo Nove e i suoi libri mi appaiono come un blocco unico. Forse perché appartengono alla sfera dell'ideologia (intrinsecamente rigida) prima che a quella della letteratura (per sua natura flessibile). Aldo Nove che non si chiama Aldo e non si chiama Nove (trattasi di vile pseudonimo) è un comunista- consumista, è un ex giovane che si inginocchia davanti a tutte le merci ma che, lo si capisce dalla prosa risentita, se ne può permettere poche. "Milano non è Milano" è l'ennesimo manifestino di nichilismo da centro commerciale, con tutti i nomi delle marche come usava negli anni Novanta. Se è ennesimo perché parlarne? La notizia è che stavolta i volumi di Nove non prenderanno polvere sui soliti scaffali ikea di Einaudi Stile Libero ma nella biblioteca in noce massello di casa Laterza. Tutte le volte che vado in Terra di Bari mi abboffo di frutti di mare crudi e un'estate sì e un'estate no va in scena la vendetta della cozza pelosa: brividi, febbre, delirio, pezzuole bagnate. A Giuseppe Laterza, il giorno in cui doveva valutare il manoscritto, dev'essere capitata una disavventura del genere. Era meglio se mangiava orecchiette e braciole, perché quando Nove viene pubblicato da Stile Libero non succede niente (l'Einaudi è grande e grossa e in grado di sopravvivere alle rese di cento cannibali sdentati), quando invece viene preso in carico da un editore gracilino c'è da temere contraccolpi. Sono apulo-lucano e stimo l'unico editore non levantino del Levante, non voglio che la nuova collana dove appare "Milano non è Milano" faccia la fine della collana di poesia diretta da Nove per Bompiani, precipitosamente chiusa nel dileggio universale (indimenticabile per tragicomica correttezza politica la traduzione di Houellebecq in cui la parola "nègres" veniva resa con "extracomunitari"). Urge raccomandarsi a San Nicola, ma siccome aiutati che San Nicola ti aiuta sarebbe stato meglio far scrivere la guida di Milano a uno che ci abita, a Milano. Aldo Nove, non è colpa sua, abita al Gallaratese. Dalle parti di Pero. Quindi scrive che "la stazione Centrale è la più grande apoteosi dello stile monumentale fascista". Solenne asinata: il concorso architettonico è del 1912, quando Benito era all'opposizione ed era socialista. (A parte "la più grande apoteosi" che assomiglia leggermente a "la più migliore"). Quindi scrive che il negozio Ralph Lauren di via Montenapoleone è "di tradizione inglese". Spropositata ciucaggine: Ralph Lauren è stilista americano di tendenza cowboy. Quindi scrive che il quartiere Isola è in zona Brera. Sesquipedale somarata: non ci confina nemmeno, bastava guardare una cartina. Quindi scrive che la Torre Velasca è stata progettata da Giò Ponti. Fragoroso raglio: Giò Ponti è l'architetto del Pirellone, la Velasca è dello Studio BBPR (cioè Barbiano di Belgiojoso, Peressutti, Rogers). Aldo Nove, di Milano, non ne sa una beata fava. Giuseppe Laterza si sta mettendo le mani nei pochi capelli, sa già che stanotte suo padre Vito verrà a tirargli i piedi: "Io che ti avevo lasciato un catalogo onorato, la casa editrice di Croce e di Canfora!". "Non è colpa mia, è stata la cozza pelosa!". "Cozza sarai tu, e neanche tanto pelosa, che ti sei messo a fare libri-spazzatura senza nemmeno riuscire a venderli!". In nome di don Benedetto, di don Vito e della Madonnina del Duomo (su cui a pagina 43 lo sciagurato si permette pure di ironizzare) condanno Aldo Nove a sette settimane di cappuccio con gag e benda, da scontare nella mia cantina sotto il cardo di Parma. Il cappuccio (in cuoio con allacciatura posteriore, produzione artigianale) è un articolo entrato in questi giorni nell'assortimento del mio sito bdsm di fiducia, che ormai i lettori (spero anche le lettrici) conosceranno a memoria. La gag (pallina tipo mordacchia) serve a far tacere il condannato, siccome non ha nulla di sensato da dire. La benda gli verrà scostata otto ore al giorno: quattro per studiare la storia di Milano, la storia della moda, la storia dell'architettura, altre quattro per scrivere ininterrottamente su rotoli di carta igienica "Il Gallaratese non è Milano, il Gallaratese non è Milano, il Gallaratese non è Milano". A settembre lo interrogo: se risponde bene gli concederò di soggiornare scappucciato nella mia vasta cantina e a nutrirsi degli avanzi della mia tavola raffinata (pasta Latini olio Valentini…) per altre sette settimane, se risponde male lo rimanderò a pedate nel suo loculo del Gallaratese, a riempirsi la bocca di Quattro-salti-in- padella.
Camillo Langone
AleRoots - [ impressioni ]

Buongiorno. Sono Aldo Nove e vorrei commentare l'articolo di Langone che grazie a questo sito ho potuto leggere. Dunque. L'unica reazione possibile di fronte a questo incubo è la querela (che presenterò al più presto).
La gravità e la falsità degli insulti sono inaccettabili. Passo ai singoli
punti:
1) La leggerezza con cui Langone parla d'istigazione al suicidio non riuscita
nelle sue "stroncature", nel mio caso "particolarmente consigliabile", è
da querela. Non si può fare, in nessun caso, "giornalismo" così. Non si
può, almeno in Occidente.
2) "Vile" pseudonimo. Perché "vile"? Che senso hanno le parole? lo pseudonimo "Aldo Nove" è un omaggio ai miei genitori scomparsi vent'anni fa: Perché Langone definisce questo vile? Come si permette? Come si permette?! Già solo questo merita una querela.
3) Michel Houellebecq, mio amico personale, ha controllato la traduzione dei suoi
testi in italiano, ed ha proposto LUI di tradurre in quel modo ciò che Langone,
reso nella forma voluta dall'autore, trova scandaloso!
4) Basta guardare il sito ufficiale di Ralph Lauren per apprendere che si ispira esplicitamente alla "tradizione inglese" che non si sa per quale motivo (per diffamarmi, ovvio) in questa valanga diffamatoria viene invece considerato
tutt'altra cosa.
4) A proposito della Stazione Centrale: Il concorso, come dice Langone (e
il mio libro) è del 1912, ma (e questo nel mio libro c'è, nell'articolo
di Langone no) l'edificio è stato costruito dopo, ed è in stile evidentemente,
inequivocabilmente FASCISTA.
5) Il sottoscritto,a piedi, da Brera arriva al quartiere Isola. Brera e
Isola sono vicini... ma cosa vuole Langone?
6) Il Gallaratese è un quartiere di Milano.

Tutto l'articolo è scritto con una violenza insostenibile, e mi chiedo, ancora, perchè.
Mi domando se sia legittimo, cosa significhi tutto questo. Per essere "brillante"
è legittimo massacrare e riempire di menzogne il lavoro altrui? L'unica
critica azzeccata (e quindi legittima) è quella all'erronea attribuzione
della Torre Velasca a Giò Ponti. Errore grave, ok, ma l'unico reale in una
massa di dati incredibile, controllata con cura e dove Langone ha dovuto
inventarsi dei clamorosi falsi per fare diventare una singola svista motore
di un teorema distruttivo violentissimo e lesivo della mia dignità. Ancora: perché?

Aldo Nove

ALDO NOVE - 04.08.04 06:19

Completamente d'accordo con Aldo Nove. E non dico altro.

matteo - 06.08.04 10:48

Il libro di Aldo Nove è bellissimo. Diciamo che Langone scrive così( e l'ha fatto anche con me, con tanti, con tutti) per farsi notare, per crearsi uno spazio che non avrebbe. Anch'io mi arrabbiai tanto, all'epoca. Mi parve volgare, vergognoso, ingeneroso. Mi parve sanguisuga, maleducato, sgradevole e, come dice Nove, di una insostenibile, inutile, offensiva violenza. Che fomenta sentimenti turbolenti, faziosità, malesseri, antichi dolori.(vile pseudonimo? che significa, che vuol dire, che bassezza è questa?)
Dopo essermi arrabbiata tanto mi capitò ri risentire Langone, mi fece anche tenerezza. Il conflitto come arma di esibizione, sono territori che abbiamo praticato tutti nei periodi di insicurezza e malessere, per lui è evidentemente un modus vivendi. occorre, certo vedere quante macerie ci si lascia dietro e accanto. Vorrei dire ad Aldo Nove che il suo libro bellissimo, che la sua grandissima opera resta, che questi aliti di polemiche egoriferite fanno tanto arrabbiare ma sono solo una eco senza strascichi e tracce, senza nulla .

francesca mazzucato - 18.08.04 00:22

Tanto per la storia dell'architettura: nello studio BBPR la prima B stava per Banfi. Gian Luigi Banfi morì a Mathausen nel 1945, e i soci vollero mantenere l'iniziale nel nome dello studio in omaggio allo scomparso, non certo al doppio cognome di Belgioioso.

E la pasta Latini non è questo granché, diciamolo.

vic - 14.09.04 02:22









Ci si deve ricordare di te?