C'è stato un momento in cui ho smesso di scrivere la data e il luogo di acquisto dei miei libri. Possiedo un discreto numero di libri muti, acquistati negli ultimi quattro-cinque anni, di cui ricordo solo vagamente l'occasione in cui li acquistai.
Credo di avere interrotto quest'abitudine per motivi di coerenza: sapevo di non voler davvero leggere tutti i libri che acquistavo. I miei primi passi nel lavoro che svolgo sono stati ritmati dal silenzio delle notti passate sui libri. Libri senz'anima e con tante parole. Libri su qualcos'altro. Libri con un tempo e un luogo diversi dai miei. Non ci sarebbe stato alcun significato in una data scritta su quelle pagine. Tutti gli altri libri del mondo mi apparivano come qualcosa che non sarei riuscito a leggere, e subirono la stessa neutralità.
Da qualche mese ho smesso di leggere i libri senz'anima, che per loro natura non hanno una fine e - per questo - non lasciano tracce.
Ho ritrovato altri miei volumi che riportano la data, il luogo, un pensiero, un brano da qualche poesia o canzone. Sono libri che parlano, e nutrono il loro contenuto del valore di quei momenti in cui li volli leggere. Sembra un frammentato e impreciso diario, scritto su pagine diverse e distanti.
Un diario tanto disseminato quanto - proprio per questo - mio.