lei aveva gli occhi chiari e lucidi, il trucco colava a picco sulle sue guance, sprofondando nelle pieghe delle occhiaie. erano molti giorni che non dormiva, se non si contano le ore che passava con la testa appoggiata sulla vetrina del bar della stazione, con una mug di caffé fra le mani e il giornale di due giorni prima. e lo sguardo attonito e stupido della cameriera, che passava a pulire i tavolini.
lei aveva le braccia aperte e le mani spalancate. appoggiate sul muro di marmo della sala partenze della stazione. la fronte appoggiata a quel freddo marmo dalle nervature color ferroviedellostato. lui stava a tre metri di distanza e la guardava. il ragazzino che li aveva intravisti con la coda degli occhi mentre correva dietro al treno, aveva pensato che fosse una specie di perquisizione: "magari era una spacciatrice", si era detto poi sul treno, mentre accendeva il walkman.
"prendiamo un caffé?". "ne ho presi una ventina, mentre ti aspettavo. sono tre giorni che ti aspetto". poi abbassò del tutto lo sguardo, chiuse gli occhi e inspirò. sentì il diaframma contorcersi e lo stomaco chiudersi. una volta per tutte.
lui era fradicio di sudore, ma il malfunzionamento dell'aria condizionata del treno era l'ultimo dei suoi pensieri. aveva davanti una statua di dolore, solo un minimo ricordo di quella donna che lo aveva stregato e lo aveva nutrito di futuro negli ultimi mesi. non c'erano più i capelli che si annodavano alle sue dita, che lo soffocavano nel sonno, quando condividevano ancora i cuscino dei motel; non c'erano più le labbra che lo avevano dissetato, circuito, seviziato ("sono capace di avere delle argomentazioni molto valide" gli aveva detto una notte in maremma, mentre gli slacciava i jeans). c'era solo un corpo squallido e pallido, che non aveva più ragione di entrare nel suo domani. |