mi sono persa su un autobus nella periferia di milano, con un biglietto dei mezzi pagato da 2 euro. un viaggio lungo un'ora e mezza.
in macchina si farebbe molto prima, ma al ritorno non vedrei nulla. al ritorno faccio fatica ad attraversare la mia via perché non riesco a capire a che distanza stanno le macchine che arrivano e solitamente come quelli veramente soli aspetto che qualcuno debba attraversare come me e mi accodo.
e così mi sono rotrovata in quello studio a farmi mettere negli occhi lenti con ventose, liquidi trasparenti e blu. a leggere malamente le lettere proiettate sul muro, anche quelle più piccole.
con le mani che mi tremano sempre quando vado quel posto dimenticato da dio, a farmi dire che la cornea sta bene, che la retina per quanto rattoppata, siliconata e ricucita, sta bene, che vedo poco e che mi devo rassegnare. che quando c'è il sole devo portare sempre gli occhiali da sole e che quando vedo sfuocato, anche se non è notte e le luci non sono in forte contrasto, forse è meglio che metta gli occhiali correttivi. e le solite prescrizioni (inutili): niente tennis, niente tuffi, niente sci, niente montagne russe, niente moto, niente raggi uva diretti.
alla fine esco su quel sagrato e guardo quella chiesa di periferia, sento le campana suonare, il tramonto è spezzato da capannoni industriali in disuso, corro a prendere un mezzo che passa ogni tre quarti d'ora anche in orario di punta e riattraverso la città in metropolitana.
seguite con me questi occhi sognare, fuggire dall'orbita e non voler ritornare.
vedo che salgo a rubare il sole per non aver piu' notti
perche' non cada in reti di tramonti l'ho chiuso nei miei occhi
e chi avra' freddo e chi avra' freddo lungo il mio sguardo si dovra' scaldare.
Un ottico, Fabrizio De André |