sto leggendo un libro che mi hanno regalato k. e d. quest'estate: urban tribes, di ethan watters.
diciamo che sono a due terzi della lettura, quindi più o meno ho capito da che base parte l'autore, dove vuole arrivare e più o meno anche come ci vuole arrivare.
l'autore analizza le dinamiche delle tribù urbane, cioè di quei gruppi di persone, per lo più "mai sposati", con un'età compresa nella maggior parte dei casi tra i venti e i quaranta anni, che vivono le amicizie e i rapporti sociali come appartenenti a una tribù, quindi con regole e dinamiche particolari per ogni gruppo, ma con delle caratteristiche distintive comuni.
io sono una di quelle persone che cambia spesso tribù, ho un diagramma di rete che pare un soffione di quelli che fioriscono all'inizio della primavera: molto espanso, ma molto fragile. non ho mai avuto un'affezione particolare per la mia tribù, credo nelle rotture dei rapporti di amcizia, nella loro messa in "arimo" (o in pausa, come dice o.) temporanea o totale.
attorno a me vedo invece persone che sono in grado di avere il loro soffione ben cementato, insomma loro - in apparenza - sono il porcellino furbo e io il porcellino sprovveduto.
il problema forse è che io sono assolutamente intollerante su alcuni atteggiamenti e non mi scandalizzo se un rapporto "va in vacca" (le cose cambiano, le persone cambiano, vengono prese alcune decisioni rispetto agli altri, quello che succede nel mondo e in noi può incidere sui rapporti con gli altri e via così nella fiera di quella banalità che è la vita).
e io non riesco a concepire il fatto che finché si è tribù tutto debba essere compreso, accettato e compatito - sia un forma attiva che in forma passiva. tutto è dovuto, tutto è normale, non esistono problemi. finché si sta con il culo al caldo si sarà sempre in tribù, secondo watters anche finché non ci si sposa.
sono una "mai sposata" senza tribù, muovo i miei passi nell'universo, viaggio spesso sola tenendomi compagnia canticchiando e leggendo. wtf?
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